Vivere l’avventura: i giovani all’estero

(Ho scritto questo articolo per il numero 5 della rivista Donne con le Curve. Lo ripropongo qui sul mio blog perchè non tutti sono riusciti a leggerlo e perchè è un articolo al quale tengo molto. Fatemi sapere che ne pensate).

Partire o non partire? Questo è il dilemma.

Dopo le generazioni del posto fisso, dello stipendio al 27 del mese e della relativa stabilità economica, noi giovani di oggi ci ritroviamo come i nostri nonni (o bisnonni, per i più giovani), a riflettere sull’eventualità di andare all’estero con la sempreverde speranza di cercare fortuna.

Sicuramente è necessario avere una particolare attitudine per questo genere di esperienza. Partire perché ‘fa figo’ è ben poco realistico. Esistono difficoltà oggettive e soggettive, con cui ognuno deve fare i conti.

Ascoltare i racconti diretti di chi ha vissuto o sta vivendo un’avventura di questo tipo è sicuramente il modo migliore per entrare nel dettaglio e conoscere più a fondo cosa vuol dire realmente trasferirsi all’estero.

Dietro motivazioni diverse (amore, lavoro, voglia di viaggiare) si percepisce di fondo la medesima motivazione: scoprire possibilità che nel nostro paese spesso ci sono negate.

Camilla, 30 anni, nata a Roma, inizialmente si è trasferita a Londra per seguire il suo fidanzato. Dopo una gavetta di alcuni mesi come commessa da GAP, ha trovato lavoro presso una nota casa di moda. I mesi iniziali, però, sono stati difficili: “Londra è una città difficile, gli inglesi sono persone molto riservate. Ho sofferto molto inizialmente, non mi sono mai sentita così sola”. Anche fare la commessa, in un paese straniero, non è così semplice come può sembrare: “Ogni giorno miliardi di persone entravano in negozio e mi facevano le domande più strambe. Il mio inglese era pessimo e non capivo mai un tubo! Un incubo. Cercavo di parlare a gesti e chiedere aiuto ai miei colleghi. La pausa pranzo però era di gran lunga la sofferenza più grande. Mangiavo in una stanza con altri colleghi e c’era una TV. Tutti che ridevano e commentavano i programmi in TV ed io che ridevo quando ridevano gli altri senza capire il perché, sperando solo che non si accorgessero che in realtà non avevo capito proprio nulla”.

La questione della lingua è fondamentale. È sicuramente un ostacolo che con il tempo si può superare, ma non è semplice ritrovarsi in un paese straniero e doversi confrontare con la quotidianità senza conoscere perfettamente la lingua. Per Martina, 26enne romana, il problema è maggiore, poiché si trova a Londra per un Master in Giornalismo Digitale: “Sto frequentando questo master in cui sono quasi tutti madrelingua e in cui mi confronto ogni giorno su un piano totalmente nuovo, in cui non si gioca ad armi pari per via della lingua e per via del diverso sistema in cui sono strutturate le università inglesi. Se in Italia potevo contare almeno sulla mia lingua madre come mezzo di espressione per affrontare esami e quant’altro, o semplicemente per comunicare le mie impressioni in un lavoro di gruppo, in un contesto fuori dall’Italia come l’università è come se avessi un handicap che a volte fa vacillare la mia autostima e che mi porta a mettere in discussione tutte quelle capacità che mi hanno portato a conseguire un diploma classico, una laurea triennale e una laurea magistrale.”

Anche secondo Riccardo, ingegnere 32enne che vive a Monaco di Baviera, “Il tedesco (almeno nel sud della Germania) è importante per relazionarsi con le persone”, e “vivendo da soli all´estero bisogna ogni giorno fare fronte a situazioni difficili (pensa ad andare in un ufficio pubblico dove si parla solo tedesco)”. Riccardo, infatti, dopo alcuni mesi di lavoro a Monaco ha ritenuto necessario seguire un corso di lingua, tutte le sere per 3 ore dopo il lavoro. L’inizio della sua esperienza come ricercatore all’Università Tecnica di Monaco (TUM) è stato piuttosto burrascoso: “L´Università mi ha procurato un alloggio presso la casa dello studente, solo che il giorno del mio arrivo c’era la partita Monaco – Napoli. Non avevo le chiavi perché la porta della stanza si apriva con un codice elettronico, che ovviamente non funzionava. Così, sotto la pioggia, ho cercato nel campus deserto (in agosto non ci sono studenti) qualcuno che potesse aiutarmi. Ho trovato il numero di telefono del portiere e l’ho chiamato, ma lui (che parlava un inglese pessimo) era a vedere la partita e non voleva venire ad aprirmi la porta. L’ho convinto a fatica dicendogli che non potevo dormire per strada. Quando mi ha finalmente aperto la stanza, ho però che nessuno mi aveva lasciato un letto, lenzuola o coperte. Ho rubato un materasso in un’altra stanza e la mia prima notte l’ho passata dormendo vestito, con il mio giubbotto addosso”. Ovviamente con il tempo le cose sono andate migliorando, grazie anche alla tenacia e allo spirito di adattamento di Riccardo.

Iolanda, 33enne nata a Formia, si è trovata alle prese addirittura con il finlandese, una lingua abbastanza complessa, che però ha scelto di imparare: “La maggior parte degli stranieri qui non impara il finlandese, e i finlandesi sono in genere troppo modesti per pretendere che qualcuno impari una lingua abbastanza diversa da tutte le altre. La verità è che imparando il finlandese sei subito dentro la società e puoi partecipare alla vita reale, senza sentirti troppo un ospite. In qualche modo mi sembra di aver meritato un posto in questo prezioso Paese.” Infatti Iolanda ad Helsinki ha trovato non solo un lavoro soddisfacente e perfettamente inerente alla sua formazione, ma si è sposata ed ha un bimbo. In sostanza, anche attraverso la lingua, ha trovato il modo di integrarsi perfettamente in una società di cui ama “la correttezza delle persone, l’onestà e la modestia”.

Per entrare davvero a far parte di un contesto sociale diverso da quello di origine, quindi, è necessario avere molto spirito di adattamento e reale volontà di inserirsi. Camilla, infatti, ha ritenuto fondamentale “acquisire uno stile di vita inglese. Non più sabato a cena verso le 10 di sera, ma pub alle 6”. Adesso, che vive a Boston e il suo fidanzato è diventato suo marito, si è perfettamente ambientata, grazie anche alla maggiore cordialità dei bostoniani e alla città più piccola e vivibile.

Per Dario, 31enne nato a Napoli e una lunga esperienza da globetrotter, “non bisogna mai dimenticare che si è ospiti del paese che ci accoglie, il rispetto delle diverse culture e tradizioni, spesso molto distanti dalle nostre, è un concetto che non dovrebbe mai essere sottovalutato”. Dario, dopo 4 mesi in Spagna per studio e 2 anni in Uganda per il suo lavoro di ingegnere, adesso vive a Copenhagen, di cui apprezza “lo stile di vita più sostenibile che può offrire. Questo si traduce ad esempio nel sacrosanto diritto ad avere del sufficiente tempo libero da impiegare come meglio si vuole”.

Ciò che manca a tutti sono ovviamente gli affetti: famiglia e amici di sempre, ma anche il sole, il cibo, le piccole abitudini che diamo per scontate ma che mancano una volta fuori. Una chiacchiera al bar, un caffè con un amico incontrato per caso. Nonostante le videochiamate, la comunicazione istantanea, il calore di un abbraccio è insostituibile. Ramona, antropologa 37enne con all’attivo vari periodi di lavoro in Nord e Centro America e due anni in Pakistan come Capo Progetto per una Ong romana, ce ne parla: “Manca la famiglia, che nonostante Skype faccia sentire meno lontana, di fatto non posso abbracciare. Nei paesi musulmani arriva a mancarti il contatto fisico, che è praticamente ridotto a zero, cosa a cui noi non siamo affatto abituati”. Ramona, vivendo in un paese islamico, ha dovuto confrontarsi anche con una religione differente, con i suoi pro e contro: “Ho amato molto l’islam, il quale mi ha creato le maggiori difficoltà. Non è facile, da donna, vivere e lavorare come manager in un paese islamico. Non sono facili le relazioni, soprattutto coi subordinati di sesso opposto, che stentano a riconoscerti il ruolo che ti spetta e, laddove cedono, lo fanno perché devono e non perché lo capiscano o lo accettino. Eppure la religione islamica ha un potere mistico, quasi magico, se ci si apre a conoscerla”.

Ramona De Virgilio in Pakistan

Ramona De Virgilio in Pakistan

Ma le difficoltà sono solo un lato della medaglia. Nonostante i sacrifici, le rinunce, la nostalgia di casa, tutti rifarebbero la stessa scelta. Se si è motivati e determinati a farcela, i vantaggi sono innegabili. Correttezza, onestà, senso civico e rispetto delle regole sono le qualità più apprezzate, soprattutto da chi vive in Nord Europa e in America. Per Roberta, 29 anni, che si trova a Stoccolma per un periodo di ricerca nell’ambito del suo dottorato “essere inserito in un luogo di lavoro funzionale, progettato fisicamente intorno agli spazi comuni e addirittura con i singoli studi dalle pareti di vetro, in cui le idee di chiunque vengono considerate alla pari e in cui la circolazione delle informazioni è essenzialmente trasparente, aiuta a sentirsi parte di una piccola comunità, a dare il meglio di sé, a tirare fuori quelle energie che magari i luoghi di lavoro italiani – vuoi per l’età di chi li dirige, vuoi per il formalismo esteriore in cui siamo campioni soprattutto negli ambienti accademici, vuoi per la carenza o la gestione non trasparente dei fondi – non ti motivano a esprimere”.

Per non parlare delle possibilità di lavoro, che sono sicuramente maggiori fuori dall’Italia. Tutti i ragazzi intervistati hanno un titolo di studio (laurea, dottorato, master) che a casa, nella maggior parte dei casi, servirebbe a poco. All’estero quasi tutti hanno trovato un impiego inerente alla propria formazione, con una paga di gran lunga superiore ai nostri standard e un alto livello di soddisfazione professionale. Molti sono partiti proprio grazie al fatto di aver trovato occupazione.

Da queste esperienze viene fuori anche che un modo inaspettato per superare le difficoltà è semplicemente quello di chiedere aiuto: si può rimanere sorpresi.

Antonia, 23enne neolaureata, arrivata in Inghilterra seguendo un sogno nel cassetto: “Dopo qualche difficoltà iniziale credo che ambientarsi a Londra sia molto facile, si conosce gente continuamente e ciò che più mi colpisce è la disponibilità delle persone ad aiutarti”. Lo stesso per Ramona: “Ho incontrato persone estremamente disponibili ad aiutarmi e supportarmi, gente che non ha mai chiesto niente in cambio e che spesso mi ha fatto sentire parte di quell’universo armonico in cui le energie circolano e ci avvolgono, rendendoci umani”.

Antonia Spagnardi a Londra

Antonia Spagnardi a Londra

In ogni caso, ciò che conta è essere convinti della propria scelta. L’eldorado non esiste in nessun luogo: “Tutto il mondo è paese: la metro fa grandi ritardi anche a Londra, per aprire un conto in banca mi ci è voluto un mese e mezzo di scartoffie” (Camilla), “Tutto dipende dalla tua attitudine e dalla fortuna. Da quello che ho visto in questi pochi mesi, le possibilità di lavorare sono tante e ci sono offerte differenti, ma è vero anche che l’affluenza di stranieri a Londra è talmente alta che c’è molta competizione” (Antonia).

Bisogna essere motivati e pronti ad affrontare le sfide di ogni giorno, con mente aperta e forza d’animo. Partire non deve essere un fine a cui arrivare e in cui riscoprirsi magicamente diversi e realizzati. Viaggiare vuol dire crescere, maturare, acquisire un bagaglio di conoscenze, di consapevolezza, di ricordi, ma è anche vero che “viaggiare e decidere di trasferirsi in un altro luogo devono essere esigenze e molle per scoprire lati nuovi di sé. Viaggiando non si diventa altro o altri” (Roberta).

Una persona da cui molti avremmo da imparare è Valeria, esplosiva 25enne uruguayana e provetta giramondo. Valeria ha studiato in Francia, in Italia, in Inghilterra. Proprio in Inghilterra ha collaborato con l’organizzazione Victim Support, che si occupa di aiutare donne vittime di violenza, e in seguito ha lavorato per dieci mesi come volontaria in Burkina Faso con l’associazione International Citizen Service.

Valeria Puig in Burkina Faso

Valeria Puig in Burkina Faso

 

Ciò che più colpisce è il grande ottimismo di Valeria: “A volte ho dovuto fare dei lavori che non erano inerenti alla mia formazione, soprattutto mentre studiavo. Ma anche in quei momenti ho cercato di vedere come anche quei lavori avrebbero potuto aiutare la mia carriera (di filmmaker, n.d.r.). Questa è una delle cose che mi piace molto di me stessa: vedo sempre il lato positivo delle cose, e cerco di pensare a come ogni scelta che faccio possa influenzare in modo positivo la mia vita”, e ancora “molte volte le scelte che facciamo ci fanno scoprire non soltanto altri orizzonti, ma altre maniere di vivere le nostre passioni che forse non vedevamo prima. Lavorare con Victim Support per esempio, e la mia esperienza in Africa, mi hanno fatto rendere conto che mi piacerebbe anche lavorare nell’ambito umanitario facendo dei documentari, un aspetto che non avevo considerato prima”.

Marie, 28 anni e una laurea in cinema, viene invece dalla Francia, e ha scelto di vivere in Italia. Ha aperto una piccola casa di produzione con un’amica, facendo sua una caratteristica tutta italiana: “Quello che amo di più di questo paese è la gente (non tutta magari). Trovo che gli italiani, a furia di essere stati mortificati, hanno perso fiducia in loro stessi ma dal mio modesto punto di vista trovo che abbiano sviluppato, anche grazie alle difficoltà che incontrano, un modo di unirsi per poter andare avanti e costruire piccole cose di grande interesse. È l’arte di reinventarsi degli italiani che dovrebbe essere valorizzata, quella della gente piccola”. E ha imparato anche ad amare ciò di cui noi ci lamentiamo ogni giorno: “Ormai l’estero, ovvero l’Italia, è casa mia. Quando vado in Francia e torno qui, la prima cosa che faccio è fermarmi al bancone del bar per sentire parlare la gente. Mi piace il vecchietto che bestemmia sotto casa, mi piace lamentarmi dei mezzi che non funzionano, lamentarmi perché d’estate fa troppo caldo, e perché nessuno mi dice grazie quando gli tengo la porta aperta. È un paese che non riuscirò mai a capire fino in fondo ma alla fine mi sta bene così, a volte lo odio, ma non voglio andare via”.

Partire non è una risposta definitiva a tutti i problemi, ma può essere un mezzo per imparare ad affrontarli: “al ritorno dal viaggio ci si sente più ricchi dentro e più cittadini del mondo, si è stati in grado di rispondere a tante domande che al tempo stesso ne hanno fatte nascere delle altre, in definitiva si è cresciuti” (Dario).

In definitiva, dalle parole di tutti si giunge alla medesima conclusione. Viaggiare è stupendo, aiuta a conoscere diverse parti di sé, a scoprirsi più forti di quanto si pensasse, a venire a contatto con realtà nuove e interessanti. Ma ciò che non bisogna mai dimenticare è che “La vita è di per sé un’avventura. Mae West, attrice americana, ha detto: “Si vive soltanto una volta. Ma se si vive bene, una volta è sufficiente”. Già il fatto di inseguire i nostri sogni è un’avventura, e molta gente vuole vivere i propri sogni nel proprio paese di origine. Altri vogliono scoprire il mondo. Non importa dove vivi l’avventura: l’importante è viverla” (Valeria).

Sull'autore

Federica

Parole & Make up è quello che sono.

Parlo troppo e scrivo quando sono stanca di parlare.

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